Come il capolavoro di Sidney Lumet continua a riflettersi nell’immagine distorta del nostro presente.
«Io non voglio essere ciò che tu vuoi che io sia. Io sono quello che sono.» — Sonny Wortzik, Dog Day Afternoon (1975)
Mezzo secolo di pagine storiche voltate una dietro l’altra. Pagine pregne di arsenico, che hanno tentato di avvelenare il processo di progressione, piuttosto che aiutarlo a maturare. Il cinema, indubbiamente, si rispecchia nella realtà, e una pellicola come quella di Lumet sembra avere contestualizzazioni a tratti vicine al preciso frame attuale in cui il mondo sta ruotando.
La percezione della possibilità di potersi realizzare di determinati eventi non nutre particolari allarmismi; anzi, potrebbe risultare coerente con i nostri tempi. Vittime pronte ad accettare l’eventuale compimento di un’ipotetica TOE applicata alla quotidianità. Tutto può succedere, dunque — tanto per capirci.
L’assurdo diventa quotidiano
In questo clima, non sorprenderebbero due scalmanati ragazzi che tentano, in maniera piuttosto rivedibile, di rapinare una banca. Né stupirebbe l’enorme esposizione mediatica e le vagonate di visualizzazioni sui social che un evento simile scatenerebbe. L’assenza di postumi bellici verrebbe colmata e spazzata via totalmente dall’enorme malcontento popolare, dal caotico status sociale e da un tenore di vita sempre più simile al cammino di un equilibrista in bilico su una corda sopra la fossa dei coccodrilli.
Il pericoloso liberalismo delle armi da fuoco in terra americana resta un allarmante incipit, sempre a portata di mano sul comodino di ogni individuo. Pronto a essere pescato come un cartellino bonus in un gioco di società.
«Il pericolo non è nella pistola, ma nel riflesso di chi la impugna.» — Sidney Lumet

Eroi imperfetti e folla affamata di realtà
Allo stesso modo, risulterebbe facile immedesimarsi nei protagonisti: intrappolati in quella linea sottile tra dramma e ironia. Con un Al Pacino nei panni di Sonny, che la gente non riesce a inquadrare, pur non chiamandosi John Milton. Mai così inconsapevole di ciò che sta facendo, mai così sopraffatto dalla confusione di cui è preda. E allo stesso tempo, così magnetico e attrattivo per la folla che si accalca fuori dalla banca, da non essere considerato un eroe fino in fondo, ma neppure uno spietato villain.
Perfino il grido di ribellione “Attica!” potrebbe oggi trovare riscontro e parallelismi credibili: un richiamo al caos politico costantemente straziato da nuovi gravi episodi, oppure un urlo di protesta contro le metodologie e gli ideali della polizia nel tessuto sociale. Le possibilità di lettura, a pensarci, sono molteplici: tutte riconducibili a un gesto di istigazione rivoluzionario.
«Attica! Attica!» — un grido che riecheggia come una ferita ancora
aperta.
Amori, contraddizioni e silenzi moderni
Così come il rapporto sentimentale tra Sonny e Leon avrebbe oggi tutti i canoni di un dibattito spaccato e destinato a durare nel tempo, a far discutere nei talk show, nei podcast e tra i leader dei partiti. Neutrale e impassibile, il comportamento di molti che, in verità, non avrebbero voglia di sbottonarsi per non scontentare nessuno — nell’epoca in cui più che mai è di moda la censura delle parole e l’additamento immediato non appena si espone un proprio pensiero.
Motivazioni differenti, chiaramente, da quelle che spingevano il commissario Moretti a non forzare la mano di fronte alle situazioni che il caso gli riservava. Mantenere l’equilibrio e mediare con pazienza era la sua unica arma concreta — non certo una scusa per non essere etichettato.

Il potere che riscrive la storia
Infine, l’FBI che sovrasta le autorità locali e interviene localizzando l’anello debole e più vulnerabile: Sal, interpretato dal grande John Cazale. Vero capro espiatorio finale, barattato velatamente anche dallo stesso compagno di merende. Un modo per chiudere la vicenda e, se necessario, manipolare la storia. Com spesso accaduto, del resto, attraverso i servizi segreti.
È qui che Lumet inchioda il suo tempo — e il nostro. Il potere non cambia volto, cambia solo schermo.
Forse, allora, Quel pomeriggio di un giorno da cani non è solo un film del passato, ma una finestra spalancata sul nostro presente. Un presente in cui il confine tra cronaca e spettacolo si è dissolto, e dove la disperazione può ancora diventare trending topic.
Lumet, inconsapevolmente, ci ha consegnato un manuale di lettura del futuro: un mondo in cui l’uomo, stretto tra alienazione e desiderio di visibilità, è disposto a tutto pur di sentirsi vivo per un giorno. E noi, spettatori affamati di realtà, continuiamo a guardare — ancora una volta, fino all’ultimo fotogramma.
«Non è follia, è solo amore in un mondo che non lo riconosce più.» — Dog Day Afternoon (1975)


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