The Neon Demon: la vacuità dell’apparenza – Recensione

Qualcuno dirà che con i tempi che corrono la critica alla società dello spettacolo è passata – in tutti i sensi – di moda: così sembra non essere per Nicolas Winding Refn, poliedrico e illuminato cineasta danese che già si era fatto apprezzare con i precedenti – e più fortunati, in ottica di incassi – Drive (2011) e Only God Forgives (2013).

The Neon Demon è una pellicola che, coerentemente con l’indole del Maestro, respinge ogni tipo di visione semplicistica compiuta dallo spettatore comune: l’avvertimento, fin dalle prime sequenze, rimane quello di rinunciare a ogni tipo di bias cognitivo per immergersi in un’opera certamente eccessiva ma che, per paradosso, fa della descrizione della realtà – o, almeno, di un certo tipo di realtà – il suo fondamento.

Pur rimanendo lontano dal marxismo tipicamente debordiano e rifiutandone dunque ogni legame ideologico, Refn riesce nel suo intento di mescolare e far convivere l’esistenza di mondi lontanissimi come Hegel e Balenciaga, Sartre e Jacquemus, Céline (nel senso di Louis- Ferdinand) e ancora Céline (nel senso della nota maison francese) – il tutto all’interno di un dramma orrorifico che sembra fare da contraltare alla spensierata allegria dell’alta moda raccontata in Prêt-à-Porter (1994) di Robert Altman.
In questa splendente – da ogni punto di vista la si guardi – opera, il regista rappresenta alla perfezione un classico racconto gotico adeguandolo al secolo XXI: tra streghe, cannibali, Erinni dalla bellezza abbacinante e plastica non riciclabile, emerge un disarmante ritratto del contemporaneo, in cui basta sapere far niente per emergere, come puntualmente ricorda la protagonista Jesse (Elle Fanning) all’aspirante fotografo – e forse amante – Dean (Karl Glusman): «Non so ballare, non so cantare, non so scrivere ma sono carina, e posso guadagnarci con questo».

Le vicende di Jesse, giovanissima modella scaraventata nello spazio dell’haute couture losangelina, si intrecciano con quelle dell’ambigua truccatrice Ruby (Jena Malone) e delle due tanto affascinanti quanto rancorose modelle Gigi (Bella Heathcote) e Sarah (Abbey Lee), sullo sfondo di un’atmosfera che ricorda oltremodo quella di Suspiria di Dario Argento: le Weltanschauungs dei due registi quasi si completano vicendevolmente sebbene i destini che riservano alle rispettive protagoniste siano differenti.

Anche in questo caso l’universo refniano si compone dei consueti capisaldi della sua filmografia, dai lunghi, lunghissimi silenzi ai dialoghi surreali, dalle enigmatiche sequenze oniriche alle ambivalenti contrapposizioni di alcuni personaggi – prima fra tutte, quella tra i due fotografi Dean e Jack McCarther (Desmond Harrington): da una parte un integro e incontaminato giovane che ancora non appartiene al mondo socialmente (e non solo) corrotto, dall’altra un perfetto rappresentante della mercificazione dell’immagine, il cui unico ruolo è quello di rendere desiderabile per il pubblico e l’industria il corpo di Jesse.

Il peso visivo della rappresentazione delle immagini è senza dubbio uno dei punti di forzi della pellicola: la DOP Natasha Braier sembra aver fatto sua la teoria dei colori di Georges Seurat e averla trasportata con estrema precisione sul grande schermo attraverso l’utilizzo massiccio di luci al neon e di colori artificiali dai toni estremamente freddi e saturi quali il viola, il blu elettrico e il fucsia; agendo come superficie estetizzata che riverbera il consumismo dell’immagine e delle relazioni, la fotografia, fusa con la pulsante e glaciale elettronica di Cliff Martinez, raggiunge il suo culmine nell’esasperato simbolismo di cui l’opera è permeata – una musica scintillante e una rappresentazione visiva vibrante danno vita a sequenze-chiave che sono sinesteticamente liquide e solide, scottanti e gelide. L’occhio dello spettatore più acuto si troverà di fronte all’influenza di Lynch e di Argento ma anche dell’Antonioni di Blow-Up (1966), seppur interamente rovesciato nella sua rappresentazione: dal servizio fotografico convulso e carico di vis erotica che il personaggio di David Hemmings allestisce per le modelle si passa a quello asettico ed estetizzante di Jack per la giovane e inesperta Jesse.

Se in Miti d’oggi Roland Barthes eleggeva il volto di un’icona del cinema come Greta Garbo a perfetto e definitivo ideale di bellezza individuale, paragonandolo ironicamente all’immutabile essenza della plastica – sostanza anti natura per eccellenza – il medesimo processo viene esasperato dal regista danese; il conseguente giudizio non può che essere condivisibile: qualunque opera che demonizzi la tossicità culturale di Victoria’s Secret rende un servizio all’umanità intera e Refn, in questo caso, ottiene perfettamente il risultato.

Commenti

Una risposta a “The Neon Demon: la vacuità dell’apparenza – Recensione”

  1. Avatar Ayman Nencioni
    Ayman Nencioni

    Geniale.

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