È un cinema sulla falsificazione quello di Josh Safdie, sull’atto del camuffarsi per nascondere chi si è davvero. Un cinema che fa della narrazione una montagna russa ansiogena, un susseguirsi rocambolesco di eventi che si conseguono: questo è il suo fil rouge. Sin da “Good Time” (2017), quando ancora i fratelli Safdie co-dirigevano, il tema del mascherarsi era un elemento centrale, in questo caso come strategia di sopravvivenza: mascherarsi fisicamente per fare una rapina in banca, tingersi i capelli di un altro colore per non essere riconosciuto, o infine travestirsi da poliziotto per rivestire completamente un’altra identità. Il protagonista, Connie, mentiva e recitava costantemente, adattandosi come un camaleonte a seconda del contesto o dell’interlocutore che aveva davanti modulando movenze, espressioni, parole, per riuscire a manipolarlo a suo piacimento. Anche in “Uncut Gems” (2019), sempre co-diretto dai fratelli in coppia, che fa di un uso nervoso dei primissimi piani cassavetesiani la sua marca stilistica, lo stesso discorso viene portato avanti, ma forse in modo ancor più radicale. Qui il protagonista, Howard, indossa una sola maschera ma costantemente, una che ha cucito su di sé nel tempo per aderire perfettamente all’ambiente in cui si muove, quella del salesman avido e senza scrupoli. Ma nonostante lui sia conscio di indossare una maschera, non riesce a togliersela, ne rimane intrappolato anche nei contesti familiari e personali.
In quest’ultimo lungometraggio, “Marty Supreme”, questa volta diretto da Josh Safdie come solista, la formula resta pressoché la stessa: veniamo trasportati in una spirale di eventi adrenalinica, che fonde diversi generi e influenze rielaborandole, demitizzando l’american dream. Il tema delle diverse identità anche qui è centrale: tutti indossano una maschera costantemente, tutti interpretano dei ruoli e sono disposti a sacrificare ogni cosa pur di raggiungere quello a cui ambiscono. Questo è chiaro da subito, sin dal bizzarro incipit del film, dove un ovulo si trasforma in una pallina di ping pong, lo spettatore viene catapultato in un mondo in cui la scissione tra le diverse identità è essenziale per sopravvivere. Il protagonista, Marty Mauser, è diviso a metà tra la sua ambizione di diventare il campione mondiale di ping pong e le responsabilità di essere padre.

Marty è un ragazzo determinato, è disposto a far di tutto pur di raggiungere il proprio obiettivo: mentire, rubare, far del male, persino perdere la propria dignità in una delle scene più grottesche e inquietanti del film. Ma è anche interessante notare la frattura che si crea tra l’immagine e la parola, tra come Marty descrive le sue ambizioni e su come in realtà le porta avanti, perché in fin dei conti Marty è uno che predica bene e razzola male. Il film è una performance continua, o addirittura in alcuni casi una performance nella performance (le pièce teatrali recitate da Katy, Rachel che finge di essere la sorella di Marty, la scelta stessa di impiegare come uno degli attori principali Tyler, The Creator), tutti recitano costantemente la parte più appropriata a raggiungere il proprio scopo. Così quindi Rachel fingerà di essere stata picchiata dal marito coprendosi l’occhio con del trucco per convincere Marty a portarla via, così la madre di Marty fingerà di star male al telefono pur di farlo tornare a casa, allo stesso modo Marty e Wally fingeranno di essere principianti nel ping pong per rubare dei soldi a degli sprovveduti: tutti fingono pur di raggiungere il proprio obiettivo.
Il tema della finzione torna anche sotto forma di oggetti: la collana di Kathy, che Marty scopre essere soltanto un falso privo di valore, il cane fantoccio usato per cercare di estorcere soldi ad un gangster, oppure ancora la busta piena di soldi data dallo stesso gangster che in realtà si scopre contenere quasi soltanto foto pornografiche. Ed è in questo disvelamento dell’artificio di maschere e oggetti che Josh Safdie esplicita la sua visione dell’American Dream: come qualcosa di effimero, illusorio, superficiale.

Tutto il cast offre delle performance notevoli, tra cui spicca su tutti senza dubbio un Timothée Chalamet in grande forma, trasformato fisicamente con un monociglio piuttosto bizzarro, e protagonista di sorrisi e lacrime veramente trascinanti. Non meno intrigante è Abel Ferrara nel ruolo di un gangster di scorsesiana memoria, affezionatissimo al proprio cane, così tanto che compierebbe un massacro pur di riprenderselo. Altra figura rilevante è Kevin O’Leary, nei panni di Milton Rockwell, un presunto vampiro che ha vissuto secoli su secoli vedendone di ogni, disposto a vendere l’onore del proprio paese pur di guadagnare qualche spicciolo in più, simbolo del capitalismo americano.
Seppur potrebbe ricordare il recente “Challengers” (2024) diretto da Luca Guadagnino, in realtà ne è ben distante. “Marty Supreme” non è propriamente un film sportivo, non dà allo sport il carisma sessuale o l’importanza fisica data da Guadagnino. Il ping pong sembra essere più un pretesto, un altro palcoscenico dove il protagonista può recitare e portare a termine la sua performance. In questo senso, il finale dove il protagonista riesce a raggiungere Tokyo per scontrarsi nuovamente con la sua nemesi, Endo, è da considerarsi per Marty un successo non tanto perché ha battuto finalmente Endo, ma perché finalmente ha capito qual è il suo posto nel mondo: accanto al figlio.


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